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Archeologia dei media e mistica dell’innovazione

È possibile utilizzare il metodo archeologico (à la Foucault) per studiare i media? Sì, se si possiede una forte base teoretica (gli studi classici), e si conosce l’opera di tre autori: il Foucault di (ovvio a dirsi e sapersi) L’archeologia del sapere, quindi il Siegfried Zielinksi della Teoria Media tedesca, e Friedrich Kittler, con la Sfida dell’Immaginario.

Prima dell’archeologia dei media

Possono essere considerati archeologi dei media “avant la lettre” autori quali Walter Benjamin, Siegfried Giedion, Aby Warburg e Marshall McLuhan.

Quindi Erkki Huhtamo e Jussi Parikka annotano che l’archeologia dei media, in quanto disciplina non accademica, è un campo di studi caratterizzato da una polifonia di voci e da una notevole varietà di impostazioni metodologiche. (in Media Archaeology: Approaches, Applications, and Implications – 2011).

Il solito vecchio adagio che faceva da contrappunto ad ogni definizione dei Media Studies.

L’innovazione letta in controluce

Ma è Geert Lovink che nella sua ricerca (Internet criticism) definisce l’Archeologia dei Media: «un’ermeneutica del “nuovo” letto in controluce [against the grain] rispetto al passato, piuttosto che un racconto della storia delle tecnologie del passato al presente» (G. Lovink, Internet non è il paradiso, 2004).

L’archeologia dei media è quindi lettura in controluce del nuovo, nuova disciplina aperta e creatrice di un controambiente di cui, mai come ora, necessitiamo per avere un approccio critico-creativo con la ormai imperante ‘mistica dell’innovazione’.