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Makers, Media Designers e Challenge Driven Universities

Un artigianato sempre più digitale, è quello previsto, secondo cui continueremo a veder crescere il numero di ‘artigiani digitali’ che accoppiano le tecnologie con la tradizionale abilità del fare manuale. A suggerire la diffusione del fenomeno, l’aumento degli spazi per la stampa 3D e dei Fablab, spazi/bottega per sperimentare come le tecnologie digitali possano influenzare gli oggetti fisici. Uno spazio di ricerca che prefigura nuove visioni e recupera la figura dell’artigiano. E il superamento del mero Design è l’azimuth del movimento, la centralità alla funzione permette di evitare enfatizzazioni di marketing dove la mera comunicazione della forma ne giustifica la bellezza e l’utilità. Ed è propio dalla riflessione passata sull’artigiano di John Ruskin che si recupera un punto centrale della riflessione sui Makers. I fili del discorso Ruskiniano si moltiplicano quasi all’infinito nel piano attuale: l’arte italiana, la rivalutazione dei «primitivi», la «rivelazione» di Tintoretto, l’avversione per i fiamminghi, la riformulazione del concetto di sublime, la critica della filosofia tedesca contemporanea, il rapporto fra la natura e la poesia romantica inglese, l’amore per Dante. Da qui parte la riflessione sui Makers e sulla loro possibilità di ricreare un Made in Italy che sia prodotto per un mercato globale.

Quello che potremmo chiamare “Modern Design” si attua in città sempre più connesse con i propri abitanti grazie alla tecnologia. Infatti continua anche nel 2016 la crescita della smart city, in grado di unire le diverse parti dei territori in maniera interattiva, utilizzando tecnologie che entrano nelle nostre case e permettono ai famigliari di tenere sotto controllo le attività quotidiane degli anziani e delle persone in difficoltà, garantendo comunque un grado elevato di indipendenza e di sicurezza.

Una nuova società in grande espansione ma che spreca milioni di tonnellate di cibo. Una percentuale tra il 20 e il 40 percento della frutta e della verdura vengono buttati nella spazzatura, prima che raggiungano i negozi. Il recupero del cibo non messo sul mercato è il cosiddetto “gleaning” che è cresciuto moltissimo negli ultimi anni, dando origine a dei veri e propri circuiti virtuosi . Questa tendenza è destinata a crescere ancora nei prossimi anni.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la popolazione mondiale si attesterà a 9 miliardi nel 2050, la scommessa è dargli da mangiare. In questo sforzo le produzioni alimentari diventano sempre più di bassa qualità, per questo è previsto un aumento esponenziale delle malattie degenarativo-croniche. Viene in aiuto la Precision Agricolture che grazie al’unione di sensori, processori, e Big Data permette di ottimizzare la gestione delle risorse. La problematica sta tutta in quanta energia è necessaria per produrre una proteina e smaltire le scorie, per questo l’attenzione si sposta verso organismi ad alto rendimento e a basso impatto. Se i pesci sono la prima soluzione, sopratutto quelli di acqua dolce a causa dell’ inquinamento dei mari, sono impressionanti le alte rese e i bassissimi impatti degli insetti. La produzione di derrate alimentari mediante nuove ‘Small Farm‘ potrà vedere il Made in Italy fare la parte del produttore di cibo di alta qualità. Il piccolo diventa grande: le piccole aziende agricole e dei produttori-boutique utilizzeranno nuove tecnologie e dati migliori per raggiungere più persone che mai. L’Italia secondo i dati Demoskopea 2014 può raggiungere via Internet 1 miliardo potenziale di clienti.

Tutti i prodotti nell’epoca della rete e del Media Design sono comunicazione, così anche le farine di origine animale e le parole d’ordine per il 2016 saranno interazione e immersione. I prodotti verranno presentati in forme di comunicazione non lineare, evoluta ed immersiva, è l’avvento dell’Alternate Reality. Lo stesso approccio immersivo, sarà utilizzato sempre di più anche nelle scuole, per aumentare l’interazione degli studenti, grazie allo sviluppo di software sempre più economici e accessibili.

Il nuovo anno rappresenta anche il battesimo digitale dei ragazzi in tutta Europa. Sono già parecchie le scuole che si sono aperte all’educazione digitale, insegnando la scrittura di codici e la gestione delle iperconnessioni semantiche, questa tendenza continuerà a crescere. Si assiste ad una ondata di partecipazione politica online, sull’onda di piattaforme open source. E anche se aprire le decisioni ad un ampio numero di persone, non le rende automaticamente migliori, Internet può coinvolgere molte più persone nello sviluppo delle politiche. Bisogna quindi unire alle esperienze online la formazione on line in modo da creare una nuova consapevolezza. Questa nuova polis digitale non sarà esente dal marketing che assumerà le forme di vera e propria propaganda.

Una pubblicità sempre più personalizzata si sta affermando, i cartelloni pubblicitari saranno in grado di riconoscere chi si trovano di fronte, raccogliere i dati di quella persona e mostrare la pubblicità più indicata. Anche se sembra uno scenario da Grande Fratello 3.0, non si tratta di fantascienza. Questa raccolta dati è la grande partita dove si giocano i destini della ‘persona digitale‘. Un individuo sempre più definito dai dati che lascia in rete.

In questo reame dei dati lo smartphone ci salverà la vita. Sono già attive app che aiutano gli utenti ad usufruire delle cure mediche. I pazienti diventano cittadini di una comunità scientifica globale immersi in un continuo scambio di dati. Saranno infatti gli algoritmi di programmi e computer ad analizzare le informazioni dei pazienti determinando i casi ad alto rischio e raccomandando cure mediche. Uno dei maggiori problemi che pone la digitalizzazione della medicina è quella di rimodulare il confine tra paziente e individuo sano. In un’epoca in cui ogni individuo è clinicizzato a livello preventivo, con apparecchiature di monitoraggio costante e una cartella clinica aperta, la clinicizzazione diviene pressoché lo stato di fatto comune, aumentando, di molto, il potere biopolitico degli operatori sanitari. Un sapere medico che opera, statisticamente, algoritmicamente, sul medesimo pool di dati e sullo stesso network, rischia di avvitarsi in una forma di sapere “cieco” incapace di considerare e valorizzare le anomalie che tradizionalmente contribuiscono alla complessità della scienza. Il che comporta l’impossibilità di un progresso reale del sapere medico-sanitario, che non coincide con la sua mera applicazione tecnica, ma con la sua capacità di dialogare con altri saperi e interpretare gli stimoli che provengono da essi. Ma quello che è certo è che da qui al 2020, si sblocca un nuovo livello nella terapia attraverso i computer.

In questo scenario è l’innovazione a farla da padrone e nuove tipologie di università mobiliteranno parte dei 150 milioni di studenti per lavorare nei problemi più urgenti. Saranno chiamate Challenge-Driven Universities che rallenteranno il modello manageriale dominante. E l’autorevole The Economist a scrivere che il 50% delle grandi Università mondiali cambierà strategia e ci sarà un fiorire di piccole università di eccellenza.

Guardando lo sfondo della riflessione appare il senso stesso della alleanza uomo-tecnica. La radio ha impiegato 36 anni a raggiungere 50 milioni di utenze, la televisioni 16 anni, il cellulare 10, internet 5, facebook 6 mesi. L’accelerazione odierna del rapporto con la tecnica rende visibili le nuove proporzioni umane: la redistribuzione del reddito, l’erosione dei posti di lavoro, l’aumento esponenziale della popolazione, i rischi connessi all’automazione, la centralità della competenza e l’importanza della conoscenza, ed è questo nuovo rapporto che le Accademie e i centri di ricerca devono porsi come riflessione acciocché l’uomo non diventi solo un mero funzionario della tecnica.

(Immagine in evidenza courtesy by Alessandro Guerriero)