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FOUND FOOTAGE IN MEMORIA E PIU’ DELLA MEMORIA

Oggi nei video sempre più registi utilizzano sequenze ‘storiche’ mediante la pratica del ‘girato ritrovato o found footage’. Pratica che si pone come punto di partenza di una serie di operazioni grammaticali dell’audiovisivo, sia nel cinema che nelle New Media art, tali operazioni producono vari gradi di simulazione e dissimulazione di situazioni che hanno una dimensione narrativa e rielaborano la densità di significati delle memorie. Gli autori dell’audiovisivo utilizzano immagini di repertorio per narrare la storia ma anche al posto di scene riprese ad hoc.

Dimitri Chimenti, uno dei docenti che lavorano nel progetto della Accademia Media Film Arti Visive di Roma, scrittore e vincitore dell’Al Jazeera Film Festival nel 2013 come regista dell’opera Just Play, sostiene che il testo audiovisivo ha la capacità di esporre e costruire il reale nella misura consentita da una cultura in un periodo storico.

Un esempio sono le testimonianze delle femministe, gli articoli di giornale della sigla finale, i filmati dell’epoca dei processi per stupro, del film di Alina Marazzi, affermata regista del cinema sperimentale italiano implicata nel nuovo progetto romano del Triennio in Film Design & Multimedia Arts. In ‘Vogliamo anche le rose’ evidenzia come la testualizzazione audiovisiva non è separabile dal materiale che la opera. Questo perché quando ‘Vogliamo anche le Rose’ preleva delle immagini di found footage, le trasforma perché trasferisce loro un connotato tipico dei testi artistici: la rileggibilità. Lo spettatore è obbligato a continui rinvii ad un mondo extratestuale venendo costretto ad accettare una serie di sovrapposizioni e rilanci tra dimensione testuale e campo del reale.

Un’opera cinematica o di New Media Art attraverso la pratica del Found Footage da una parte cattura una porzione di realtà, dall’altra la restituisce all’universo culturale con un sovraccarico di senso.

In memoria e più della memoria