Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Anime elettriche nel Pandemonio Digitale

Oggi il là fuori è un nuovo spazio virtuale tra i dispositivi di un inatteso pandemonio digitale. Le nuove identità digitali sono composte da informazioni implicate tra loro; quando condividiamo sull’Internet ci sentiamo gratificati e informati in un ‘qui e ora’ perenne al contempo proiettato in un altrove, per questo siamo, secondo il collettivo di ricerca Ippolita: ‘come anime elettriche in estasi permanente’. Il palcoscenico ‘pret-à-porter’ dei servizi mediatici gratuiti, non è altro che la palestra di fitness di una pornografia emotiva, una dipendenza sessuale per un corpo elettrico fondato su una diversa unità tra mente e corpo.

E’ questo il primo ‘demone’ dell’edificio di Anime elettriche (Jaca Book, pp. 118, euro 12) nuovo saggio di Ippolita, gruppo di informatici, filosofi, antropologi e mediattivisti testimonianza di quell’ «incubatore» dell’élite culturale che è stato il centro sociale negli anni novanta. Con i noti Wu Ming, condividono l’anonimato di firma singola e la pratica della scrittura collettiva, ma si differenziano per una produzione orientata alla saggistica, ovvero al libello critico. Culturalmente si differenziano per essere più legati all’area libertaria che a quella dell’utopia socialista. Sono un ibrido tra i Moschettieri e i Cadetti di Guascogna, che risiede tra le valli pedemontane e la pianura alluvionale del Po, è un’élite sperimentale nell’epoca delle nuove tecnologie che ha messo a punto una pratica di ricerca fondata sulla discussione, elaborazione e scrittura condivisa. I componenti non superano mai il numero di dieci, ma variano nel tempo. Hanno prodotto i volumi Open non è free, Luci e ombre su Google, Nell’acquario di Facebook, La rete è libera e democratica. Falso!.

In Anime elettriche appare, secondo demone, la presenza reazionaria e conservatrice di quel Michel Foucault la cui «cura del sé» emerge come argomento nel testo. Inoltre la connessione permanente viene vista come un potente e pervasivo dispositivo panottico di controllo e individuazione, dove il lecito e l’illecito garantiscono la conferma dello status quo e ciò che lo minaccia.

Ippolita quindi scende nei territori foucaultiani e descrive una pornografia emotiva dove i turbamenti sono messi in gioco senza alcun pudore in un pandemonio di relazioni pericolose. Il corpo elettrico è mostrato in specchi trasparenti, in una perversione comunicativa generata da imprese come Facebook, Amazon, Google. Questo corpo elettrico è sollecitato in pratiche masturbatorie ininterrotte vincolate alla produzione continua di Big Data, risultati di orgasmi solipsistici del digitale che possono essere elaborati e poi venduti in quanto profili personali o aggregati statistici. Oppure sono sguardi di peep show. Ovvero post, like monitorati e «carpiti» dai servizi di intelligence per «difendere» le ormai multiple sicurezze. Il panopticon dell’Internet pretende un mostrarsi volgare da parte degli individui in una operazione di trasformazione in persone digitali.

L’eredità foucaultiana di questo volume si rintraccia anche in un terzo demone, ovvero nell’intuizione che i social network sono simbolo di una «società della confessione» dove tutto deve essere reso pubblico, cancellando così quella linea di confine tra il pubblico e il privato su cui si è fondata la cultura occidentale dalla Magna Charta prima e poi dall’Habeas Corpus.

Ma questa nudità volgare è funzionale a identità corrispondenti a principi di prestazione mercantile. Così se la cosa pare funzionare nella New Economy, un mercato dell’amore digitale fondato su pratiche onanistiche e sulla prostituzione del sé, essa manca di quella pienezza che è implicata dalla consapevolezza del desiderio di un corpo reale (leggendo il testo ritornano alla mente le dilanianti atmosfere di Galaxy Express 999). Qui sta tutto il quarto demone.

Ma Ippolita non si ferma al recupero del pensiero reazionario di Foucault e si sposta verso il quinto demone, e qui sta molto dell‘interesse che questa accozzaglia di ‘Fucking Bandits’ merita: in Anime elettriche c’è un continuo recupero della denuncia di Elias Canetti alle forme sottili di sottomissione del singolo – e delle masse – al potere, la spiegazione del perché un sistema così pervasivo nelle sue tecnologie del controllo incontri così poca resistenza, per Canetti, è dovuto al fatto che la massa garantisce un regime di sicurezza. Qui il testo diventa spiazzante perché mette in discussione il sistema stesso della democrazia così per come noi la conosciamo, e appare il sesto demone: Ippolita sembra denunciare il prezzo che stiamo pagando nel nome di una globalizzazione imposta da un ipercliché democratico: la perdita della propria autonomia. Potremmo dire il ripristino di un Jus Primae Noctis perenne della sfera intima, ovvero la fine dell’Habeas Corpus. Quindi con un balzo reazionario, proprio dell’anarchico, Ippolita in un Pandemonio di idee risuscita l’inquietante categoria del genius, cioè un proprio io autentico, intimo, irraccontabile. E su questo innesta, un territorio della tradizione libertaria (un lungo elenco: Godwin, Dostoevskij, Michel, Robin, Molinari, Ferrer, Ilich, …), la dimensione pedagogica.

La pedagogia nell’epoca digitale non è altro che un paziente lavoro di cura del sé, sempre e comunque un’opera di disintossicazione da antropotecniche formalizzanti che non possono che essere vecchie se viste come egemonia dell’immaginario fondata sull’ipersurriscaldamento della democrazia. Qualsiasi pedagogia oggi è consapevolezza dei meccanismi algoritmici dell’Internet e dei social network. Insomma Anime Elettriche è testo di un pandemonio inattuale nella sua attualità, rappresentando una presa di consapevolezza del grande rito collettivo della servitù volontaria implicita nella mistica sociale dell’innovazione, e quindi prefigurando, più o meno consapevolmente, quel processo di liberazione dall’illuminismo, fondamento di qualsiasi ‘political correctness’ fin de siècle ma che oramai puzza sempre più di Hollywoodiano pensiero unico. Per dirla in ‘english’ è questa la “high Capital of Pandemonium”. Un libro da leggere ma anche e sopratutto un libro per imparare in un percorso di consapevolezza.

Imag. Nicola Verlato, 2011 New York (Olio su tela)